domenica 24 luglio 2016

L'ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky







“Non ho mica più 82 anni!” Baba Dunja, ovvero Nonna Dunja è una più che anziana signora, sapiente, arguta, dal parlare affilato e pieno di mordace humor, libera nei suoi pensieri e nelle sue azioni. 

Contrariamente a quanto vorrebbe la figlia, dottoressa emigrata in Germania, lei torna, una trentina d’anni dopo il disastro nucleare, a Cernovo, un paesino immaginario che richiama Cernobyl. 
Senza paura di contaminazioni – “Le radiazioni non possono certo essere ritenute responsabili d’ogni forma di demenza che compare sulla terra” – coltiva un orticello rigoglioso, godendo di una forma di libertà assoluta: “Il tempo da noi non esiste, non ci sono termini o scadenze, mettiamo in scena la nostra giornata come fanno i bambini con le bambole”. 

Al paesello, per antonomasia “zona della morte”, la seguono una decina di persone, tutte fisicamente e psichicamente provate: non formano una comunità, ma si conoscono l’un l’altra e si danno una mano a sopravvivere. 

Tutti le riconoscono un ruolo speciale, come fosse una sorta di sindaco inducendola ad assumersi, per salvare la tranquillità dei suoi compaesani, la responsabilità di un delitto. Ma neppure il carcere può toglierle l’indomita forza: “Resterò in vita finché non riuscirò a leggere ciò che mi hai scritto” promette idealmente alla nipote, che non ha mai visto e che le ha inviato una lettera scritta non in cirillico, bensì in caratteri a lei sconosciuti, forse in tedesco, forse in inglese.

Una storia molto bella, intrisa di favola e di realtà, con un personaggio portante non dimenticabile (quante nonne contadine possono essere riconosciute in Baba Dunja), uno stile sorprendente per la ricchezza sapienziale sparsa a piene mani e le descrizioni indimenticabili (stupendo questo scambio tra il vecchio Sidorov e Baba Dunja: “Ti dirò una cosa.” “Sono tutta orecchi.” “Tu sei una donna”. “Esatto.” “E io un uomo.” “Se lo dici tu.” “Sposiamoci Dunja”).

Un libro allegro e malinconico, che trabocca, nonostante tutto, di futuro e di speranza.
Un gioiellino che si legge in un’ora e ti resta dentro, come una piccola luce.


Alina Bronsky, L'ultimo amore di Baba Dunja, Keller editore, traduzione di Scilla Forti


mercoledì 20 luglio 2016

MIcrostorie: La badante seconda







“Non s’è ancora svegliata, signora Anna. Forse perché ieri ha parlato tutto il giorno e voleva alzarsi, diceva che c’erano tante cose da sbrigare. Da un po’ fa così. Un giorno parla, parla e il giorno dopo dorme, dorme”. 

“Aspetto un po’, Zhena, vediamo se nonnina si sveglia”.

Quando tornava al paese per la vacanze estive, Anna passava a trovare la prozia almeno due volte la settimana. Sorella di suo nonno, ormai vecchissima, era l’unica parente stretta che le era rimasta. Zhena era la badante seconda, stava lì da una decina di mesi come aiuto della badante principale, Agneszkia, che ormai da anni era la vera padrona di casa. 

“Venite di là che vi faccio un caffè”. 

La cucina era piccola e linda. Le tapparelle abbassate smorzavano la luce, dando un senso di intimità.
Zhena era snella e aveva mani eleganti, gli occhi azzurri e i capelli di un biondo slavato. Il suo italiano era buono – aveva superato gli esami della prefettura con il massimo e ne era orgogliosa – e il tono della voce dolce. Portava un vestitino blu appena svasato; la scollatura metteva in evidenza seni morbidi e tondeggianti.

“Com’è che sei finita qui?” Chiese Anna.

“Qui, dalla nonnina?”

“No, qui, in questo paese.”

“Ah, sono quindici anni che sto in Italia. Sono venuta come turista a casa di una mia cugina a I… e tre giorni dopo già lavoravo. Sono stata un anno e mezzo da una signora, non conoscevo la lingua, mi sembrava di uscire pazza. Ma ho resistito, la mia famiglia in Ucraina aveva bisogno di soldi. Poi mi sono trasferita a S., da un’altra cugina. Ho lavorato da un’altra signora, molto buona, mi voleva mettere a posto, ma aveva solo i soldi della pensione, mi ha proposto di pagarmi io le marche, ma io non potevo, dovevo mandare i soldi al paese. A casa della signora frequentavano persone per bene, un avvocato mi portò a R. da sua madre, sono stata con lei per due anni, finché la signora è morta. In quella casa ho conosciuto mio marito, è italiano. Fa l’idraulico, era venuto ad aggiustare il lavello della cucina, ci siamo conosciuti così. Lui voleva che andassi a vivere con lui, io non mi fidavo: e se poi mi lasciava? Ma undici anni fa ci siamo sposati e siamo venuti a vivere in questo paese. Prima ho lavorato dalla famiglia S., sapete quella vicina alla chiesa vecchia fino a quando la nonna è morta, poi dalla famiglia N., vicino alla stazione, quando la nonna è morta sono stata d., quelli della pescheria, una cosa terribile, la signora era giovane e malata, lei soffriva di tumore e io andavo continuamente dal medico perché mi pareva di essere piena di dolori anch’io. E poi sono stata dal signor L., che mi è morto tra le braccia, mentre gli davo il primo cucchiaio di pastina.”

“…Na…Na”. 

La voce che chiamava era flebile, ma insistente.

“Vengo subito, nonnina”.

La vecchia signora, piccola nel letto matrimoniale, la camicia da notte bianca che si confondeva col lenzuolo bianco, sorrise vedendo Anna.

“Nonnina, ti preparo subito la colazione”, disse Zhena, andando verso la cucina.

Anna rimase seduta accanto alla prozia finché Zhena tornò con una zuppa di latte e biscotti.

“S’è fatto tardi, devo andare. Passo un altro giorno a salutarti”.

Tornò a casa camminando in fretta, con un groppo in gola.

Desiderò che Zhena si pensasse non come dolce accompagnatrice alla morte, ma come una che alla morte provava a strappare giorni, o almeno ore. Finché possibile.

lunedì 18 luglio 2016

Microstorie: Casa di libri







Anna chiuse il kindle e lo poggiò sul tavolo. Leggeva da circa un’ora, distrattamente, di tanto in tanto gli occhi le si chiudevano e non ricordava quasi niente di quello che aveva letto. 

Fin da quando ne aveva scorso una recensione entusiastica, aveva pensato che quel libro non le sarebbe piaciuto. Ma, dopo averne letto un’altra e un’altra ancora, le era sembrato impossibile sottrarsi a quella sorta di obbligo da cui si sentiva presa, sempre, di non poter ignorare un libro di cui tanto si parlava.

Il libro, però, non le piaceva. Forse era ben scritto, originale nella trama e di stile particolare e cristallino. Ma non la colpiva, le parole le scivolano via, si smarrivano nella mente, perdeva in un niente frasi e personaggi e non li recuperava anche quando si costringeva a tornare indietro a rileggere.

Dall’adolescenza in poi aveva letto sempre, continuamente. I libri erano stati la sua vita e la sua morte, il suo essere nel mondo e il suo esilio, la ricchezza della sua povertà. Le avevano aperto mondi, sviluppato idee, affinato sensibilità. Avevano tamponato e, in parte, nascosto una solitudine irrimediabile. Ai margini della vita, i libri erano stati come i giornali che, pur non dando il calore vero d’una buona coperta, impediscono ai clochard di morire congelati.

Invecchiando, leggeva con avidità meno disperata, c’erano ore, giorni, in cui neppure fingeva d’essere occupata a leggere. A pensarci bene, anche da giovane, c’erano libri che l’annoiavano, ma li leggeva comunque. O, perlomeno, fingeva di leggerli: li scorreva rapidamente saltando interi capitoli, ma riusciva a coglierne il senso complessivo, a parlarne come se li avesse approfonditi. Forse, era per quel modo compulsivo di leggere che di trame ne ricordava davvero poche.

Ora, se si annoiava di fronte ad un proclamato capolavoro, se lo diceva chiaramente. Magari ci riprovava a leggerlo o lo abbandonava, così come le dicevano muscoli, tendini e respiro.

I tanti muri alzati dai libri avevano costruito la sua casa. Grande e piccola. Bella e brutta. Ricca e povera. Non ne aveva nessun’altra.