Quando ho visto il primo albero di Natale avevo più di dieci anni. Eravamo all’inizio degli anni Sessanta e, sebbene non lo sapessi, all’epoca, definire così, era uno dei primi, grandi segni che il boom economico stava cambiando anche il mio piccolo mondo. Ai miei occhi bambini suscitarono meraviglia tutti quei pupazzetti di cioccolato che ci erano appesi (in una casa di piccola borghesia dove veniva orgogliosamente presentato agli ospiti). A poco a poco arrivò anche a casa mia e le sue luci intermittenti hanno dato tenerezza anche alle mie notti di adolescente e di persona adulta.
In altri paesi, quelli nordici per esempio, l’albero – segno che attraversa la Bibbia, da quello dell’Eden a quello della Croce – è tradizionalmente un forte simbolo cristiano natalizio. Come scriveva l’allora cardinale Ratzinger nel 1978: «Quasi tutte le usanze prenatalizie hanno la loro radice in parole della Sacra Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in qualcosa di visibile... Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore».
Per me l’albero è un segno che accompagna ma non annulla il presepe. Presepe che, per me, resta il segno più forte del Natale: una tradizione che, partendo da Greccio e arricchendosi del grande artigianato napoletano del Settecento, porta a ricostruire, con le varianti d’epoca, l’incanto della Notte di Luce.
Mi sono sentita male entrando domenica scorsa in una chiesa, dove fino allo scorso anno c’era un bel presepe, e vedere accanto all’altare un bell’albero, sotto l’altare (come sempre) la Madonna e san Giuseppe con la culla ancora vuota, ma niente grande presepe su una delle navate laterali.
L’albero in primo piano, il presepe assente: mi è sembrato un unico segno, tristissimo, del tempo che viviamo.