lunedì 16 marzo 2015

La morte di Adamo di Elena Bono








Quanti conoscono Elena Bono?

Personalmente, non conoscevo neppure il suo nome fino ad una quindicina di giorni fa, quando un articolo di quotidiano mi ha spinto a comprare (in un’edizione pdf, piuttosto faticosa da legger sul Kindle) Morte d’Adamo.

Non mi sento di dire, sulla base di quest’unico libro (835 pagine; 8 racconti di sfondo biblico, con particolare attenzione ai racconti evangelici della Passione) che sia, come qualche critico afferma, la più grande autrice del nostro secondo Novecento.

Ma, certo, è autrice di assoluto rilievo.

Potente è il suo modo di narrare. Che, intorno a questo o a quell’episodio biblico, fa rivivere il mondo di quelli che hanno conosciuto Gesù prima che lo sviluppo del cristianesimo ne ratificasse il suo essere Figlio di Dio. Persone che hanno in qualche modo avuto a che fare con Lui e ne sono stati toccati profondamente. Esemplare, in questo senso, il più ampio e bello dei racconti: Claudia, La moglie del procuratore, Ponzio Pilato, che passa una notte raccontando la sua esperienza a Seneca, è personaggio indimenticabile.

Potente la lingua: costruita, tornita, lavorata al massimo, eppure fluida e capace di trasmettere la complessità dei fatti e la molteplicità delle emozioni.

Potente ciò che sottende alla narrazione. Una spiritualità tutt’altro che aerea, emozionale, fatta di palpiti del cuore. Una concretezza della vita, delle relazioni, della storia, animata da un misticismo robusto, aderente alla terra e alla storia.

domenica 15 marzo 2015

Il Papa, gli insegnanti e la scuola in carcere






«Amate di più gli studenti ‘difficili’, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. E ce ne sono di quelli che fanno perdere la pazienza. Non amate solo quelli che studiano; se amate solo quelli che studiano, che sono ben educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi ed è chiamato ad impegnarsi nelle periferie della scuola, che non possono essere abbandonate all’emarginazione, all’ignoranza, alla malavita.»

Se l’intervento di ieri di papa Francesco (riportato qui sotto) può essere assunto come il Manifesto dell’insegnamento, il brano evidenziato qui sopra appare quasi come una sorta di aggiunta, specifica per i docenti, al Discorso della Montagna.

Una beatitudine, estremamente difficile, ma indispensabile, come sa bene chi insegna in luoghi e situazioni in cui si concentrano le tante periferie del nostro tempo: periferie sociali, economiche, culturali, periferie dell’anima.

Per esempio, per coloro che, insegnando in un carcere minorile, hanno una delle ultime, potenziali, occasioni di fare da tramite tra ciò che attiene, specificamente e in senso più ampio, alla cultura e ragazzi che nei confronti della stessa hanno un generale atteggiamento di indifferenza e, più spesso, di insofferenza e ostilità. Per dirla in termini sgradevoli, ma più vicini alla realtà: che la cultura la schifano.

In carcere (mi riferisco a Napoli), arrivano sempre più ragazzi che la licenza media l’hanno presa. Ma è un titolo senza contenuto: non sanno nulla o quasi, né leggere, né scrivere, né far di conto, per non parlare di qualche nozione di storia, di geografia, di lingua straniera.

La scuola non li ha respinti, ma non è riuscita a integrarli davvero in un processo di crescita.

Non è colpa degli insegnanti che lavorano in territori difficili, con classi difficili, in situazioni difficili.

È il segno di un limite di attenzione complessiva della nostra società alla crescita dei nostri ragazzi, di una carenza di rete sociale che faccia fronte a problematiche immani, che hanno una concentrazione più alta in alcuni territori.

La stragrande maggioranza dei ragazzi che arrivano in carcere non presentano solo un deficit di conoscenze (a fronte, molto spesso, di intelligenze vivaci), ma sono, sempre di più, di quelli che “fanno perdere la pazienza”.

Dentro e dietro i loro atteggiamenti non è difficile cogliere infanzie non vissute, psicologie terremotate da esperienze sfrantumanti, le corazze di rabbia e aggressività di chi vede sbocchi vincenti alla propria vita solo nell’illegalità.

Giovani vite devastate. Ricominciare non è facile. Riuscire a venirne fuori non è lontano dal miracolo.
La scuola, in carcere, ci prova. Giorno dopo giorno. Spesso perdendo. Talvolta aprendo dei piccoli canali di comunicazione che, forse, chissà.

Ora, il passaggio dai CTP (nel cui ambito è stata fino ad ora inserita la scuola in carcere) ai CPIA rischia di dimensionare, ovvero di ridurre, la presenza della scuola in carcere.
Sarebbe una scelta socialmente sensata?


Il disegno di copertina di Cecilia Latella del primo volume dei Racconti per Nisida è diventato il simbolo del progetto Nisida come Parco Letterario e Naturale

«Insegnare è un lavoro bellissimo, peccato che gli insegnanti sono malpagati: è una ingiustizia. Non è solo il tempo che spendono per fare scuola: debbono prepararsi.
Nel mio Paese che è quello che conosco meglio, i poveri insegnanti per avere uno stipendio che sia utile debbono fare due turni. E mi chiedo: un insegnante come finisce dopo due turni?
In 70 anni l'Italia è cambiata, la scuola è cambiata, ma ci sono sempre insegnanti disposti ad impegnarsi nella propria professione con entusiasmo e disponibilità. Insegnare è un lavoro bellissimo, perché consente di veder crescere giorno per giorno le persone che sono affidate alla nostra cura. È un po’ come essere genitori, almeno spiritualmente. È una grande responsabilità.
Insegnare è un impegno serio, che solo una personalità matura ed equilibrata può prendere, un impegno che può generare timore, ma occorre ricordare che nessun insegnante è mai solo: condivide sempre il proprio lavoro con altri colleghi e con tutta la comunità educativa cui appartiene.
Amate di più gli studenti ‘difficili’, quelli che non vogliono studiare, quelli che si trovano in condizioni di disagio, i disabili e gli stranieri, che oggi sono una grande sfida per la scuola. E ce ne sono di quelli che fanno perdere la pazienza. Non amate solo quelli che studiano; se amate solo quelli che studiano, che sono ben educati, che merito avete? Qualsiasi insegnante si trova bene con questi ed è chiamato ad impegnarsi nelle periferie della scuola, che non possono essere abbandonate all'emarginazione, all'ignoranza, alla malavita.
In una società che fatica a trovare punti di riferimento è necessario che i giovani trovino nella scuola un riferimento positivo. Essa può esserlo o diventarlo se al suo interno ci sono insegnanti capaci di dare un senso alla scuola, allo studio e alla cultura, senza ridurre tutto alla sola trasmissione di conoscenze tecniche, ma puntando a costruire una relazione educativa con ciascuno studente, che deve sentirsi accolto ed amato per quello che è, con tutti i suoi limiti e le sue potenzialità.
Per trasmettere contenuti è sufficiente un computer, per capire come si ama, quali sono i valori, e quali le abitudini che creano armonia nella società ci vuole un buon insegnante.
Aprite le porte, spalancate le porte della scuola.»

Papa Francesco, Udienza alla Unione cattolica insegnanti medi (Ucim). 14.03.2015

giovedì 12 marzo 2015

Il diritto e il rovescio. Considerazioni sulla famiglia naturale e dintorni





L’amministrazione comunale reggina sta in una centrifuga di polemiche perché qualche giorno fa è stata approvata, quasi all’unanimità, una mozione presentata da un consigliere di minoranza che chiede la difesa della “famiglia naturale” e una giornata che la celebri.

Su fb, ho letto, ieri, un susseguirsi di proteste, che vanno dall’accusa di aver riportato Reggio al Medioevo (tra parentesi: non sarebbe ora di evitare questo costante riferimento al Medioevo come epoca buia e peggio, essendo stato, il Medioevo, come sa ogni storico decente, insieme a cose pessime, una grandissima epoca?) a quella d'una vittoria di fascisti, retrogradi, traditori del rinnovamento ecc. ecc.

Non ho intenzione di intervenire direttamente sul senso politico e i relativi testi e sottotesti di quanto avvenuto, ma traggo spunto da questo fatto per alcune considerazioni.

1.      La nostra Costituzione – che appena qualche anno fa, almeno per la sinistra, era “la più bella del mondo” – evidentemente è da rottamare, non solo per quanto riguarda il bicameralismo perfetto, ma anche lì dove (art.29 e seguenti), recita che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.» Dicendo, con ciò, che: a) la famiglia è realtà che precede l’organizzazione statuale e che essa è una realtà legata alla “natura” dell’uomo (la natura dell’uomo, ovvero la sua essenza, ciò che lo rende diverso dal resto del “regno animale”, il suo essere, insieme, corpo-e mente, dimensione fisica e dimensione culturale); b) la famiglia si struttura intorno ad un patto matrimoniale; c)  il matrimonio è faccenda di un uomo e di una donna (quest’ultimo aspetto non è definito in maniera esplicita, eppure è indubbio, perché nessuno, ma proprio nessuno dei padri e delle madri costituenti ha mai avuto qualche dubbio in proposito).

2.      La Costituzione – per quanto bella (personalmente, la considero uno dei “miracoli” del nostro paese, per come equilibra in unità le culture che hanno formato l’Italia) non è certo il Vangelo. Insomma, il suo verbo può essere modificato senza, necessariamente, cadere nell’eresia. Ma, al momento, la Costituzione dice questo (con buona pace dei sindaci che istituiscono i registri delle unioni civili o trascrivono le unioni omosessuali formalizzate all’estero).

3.      Ma c’è qualcosa in più, qualcosa che va oltre la legge e attiene al modo in cui le persone guardano se stesse, la loro vita: insomma, la cultura. E la cultura del nostro tempo tende a portare a completa codificazione, a rendere norma e legge il lungo processo di destrutturazione sociale iniziato alla fine degli anni sessanta. E punta, perciò, non a riconoscere i diritti civili (sacrosanti) degli omosessuali, ma, sostanzialmente, a negare che esista, insieme a tante possibili relazioni affettive, un solo nucleo fondante il matrimonio: quello costituito da un uomo e una donna, che, potenzialmente, possono dar vita a figli (matrimonio uguale a munus mater, compito della madre).

4.      Se essere in sintonia col proprio tempo dà una certa sicurezza, fa sentire nelle schiere dei forti e dei giusti, direbbe Pasolini “di quelli che si adempiono”, non sempre l’adesione allo spirito del proprio tempo è cosa giusta e bella (la storia docet, o potrebbe farlo per chi ne tenga conto). Non sempre apre a nuove primavere, talora porta a nuovi inverni.

5.      Fa parte dello spirito del nostro tempo, l’accumulazione di diritti. Tra cui il diritto al matrimonio omosessuale, il diritto assoluto ai figli (da cui, fecondazione eterologa e utero in affitto mascherato con più miti espressioni) e il diritto all’aborto, su cui si è favorevolmente pronunciata l’Europa qualche giorno invitando gli stati membri a “favorirne l’accesso”.

6.      Il “diritto” all’aborto dovrebbe essere espressione indigesta un po’ a tutti e, principalmente, alle donne. Che dovrebbero (voler) essere in condizioni di decidere se dare o meno la vita prima, senza passare per un gesto che, comunque lo si giri, attiene alla morte. E che, considerando l’aborto come un loro diritto, accrescono la deresponsabilizzazione maschile nei confronti della vita. Sono convinta che esistano situazioni in cui l’aborto può configurarsi in modo non dissimile dalla legittima difesa. Ovvero qualcosa che, pur restando negativo in sé, non è umanamente evitabile (o lo è solo a santi e dintorni, che non è la normale condizione umana). Ma da qui a dargli la patente di “diritto umano” ce ne dovrebbe correre.

7.      Quando ero piccola, lavoro e maternità venivano considerate due realtà entrambe faticose (cariche di sudore e /o di lacrime) e, nel contempo, entrambe ammirevoli, in quanto costruttrici di umanità (nel privato e nel pubblico). C’era, in questo, forse, una certa reminiscenza biblica: la doppia maledizione posta a causa della colpa originale, il lavoro col sudore della fronte per l’uomo e il partorire con dolore per la donna, che diventavano, tutte e due, elementi di realizzazione/santificazione. Quando sono diventata più grande, il lavoro era sempre più considerato un elemento di realizzazione (per l’uomo) e la maternità un limite alla realizzazione (della donna), nonché una limitazione alla vita di coppia, e alle magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Col tempo, il lavoro è diventato il valore supremo, e la maternità è diventata uno degli snodi più schizofrenici del presente. In pochi decenni, si è passati dalla donna considerata “giusta” in quanto solo madre alla donna che deve quasi giustificarsi di essere, oltre che lavoratrice, anche madre

8.      Per tornare ai diritti che vanno attualmente per la maggiore (o, per essere precisi, i diritti che vengono sempre più posti come assolutamente necessari per essere adeguatamente moderni) non mancano quelli che si riferiscono agli Standard europei per l’educazione sessuale, per bambini in età di asilo. Penso che, a leggerli, dovrebbe venire più di un serio motivo di perplessità.

9.      Tutta l’Europa (e l’Occidente in genere) è attualmente percorso da questo “vento dei diritti”, che ha già introdotto molte modifiche legislative e altre ne introdurrà, nel breve e medio termine, nell’ambito di quanto detto sopra. Insomma, la maggioranza pare orientarsi, più o meno convintamente, più o meno indifferente, secondo l'aria che tira. Io voglio mantenere il mio diritto a pensarla – e a dirla – secondo coscienza. Anche a rischio di ritrovarmi, per molti, medioevale.